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'La 194 e la solitudine delle donne'. L'editoriale di Gianmario Gazzi

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11 aprile 2018

Quasi alla vigilia dei quarant’anni della Legge 194 - che nel 1978 ha normato l’interruzione volontaria di gravidanza – riaffiora il tema della sua rappresentazione. Ma riaffiora anche - in certe narrazioni di cronaca caratterizzate da linguaggi sessisti, luoghi comuni, immagini scontate e banali - la rappresentazione della donna come oggetto proprietà di qualcuno – di un uomo, ovviamente.

Troppo spesso – aggiungendo violenza a violenza – proprio le donne che hanno subito violenze vengono colpevolizzate quasi, consapevolmente o meno, se la fossero andata a cercare…

In questo quadro di mistificazione strisciante si inseriscono le due squallide iniziative di qualche giorno fa tutte mirate a gettare sulle spalle delle donne il peso della scelta di interrompere volontariamente una gravidanza.

Mi riferisco al gigantesco manifesto contro l’aborto apparso sulla facciata di un edificio della Capitale e alla gazzarra inscenata, sullo stesso tema, qualche giorno dopo, di fronte alla Casa internazionale delle donne, a Roma.

Credo tutti (tutti?) concordino che per ogni donna l’aborto è – per sua stessa natura - un momento di dolore intimo, di lacerazione, di strazio, di dubbio, di rimpianto, di incertezza: perenne ricordo e perenne ferita. Un momento che merita rispetto e silenzio. Ma che merita anche onestà, quando si affronta questo tema. E’ una scelta che non può essere ascritta solo alle donne che decidono di compierla. Proprio nessuna responsabilità – o colpa ? – può essere ascritta all’uomo che quella gravidanza ha contribuito ad avviare? 

Di aborto, per fortuna, in Italia non si muore più, almeno questo dicono le statistiche: il loro numero è in costante diminuzione mentre cresce la contraccezione d’emergenza. Matura, dunque, una consapevolezza nuova e sono sempre le donne, ovviamente, a farsene carico. Un processo lento e faticoso che andrebbe sostenuto con dolcezza e amore.

I quarant’anni della 194 ripropongono – con maggiore forza proprio oggi che viene contestata - alcuni interrogativi: dov’erano quanti oggi strillano e vorrebbero la sua abolizione quando venivano azzerati i fondi per le politiche e i servizi sociali? Dov’erano quando i consultori familiari e i servizi all’infanzia venivano privati dei finanziamenti necessari al loro funzionamento? E quando la gravidanza viene portata a termine come si manifestano concretamente le iniziative per il sostegno – non solo economico ma soprattutto in servizi sul territorio - alle famiglie e alla genitorialità così spesso e così tanto (solo) sbandierati?

Credo che se quanti ora vogliono che la 194 venga messa in discussione – molti dei quali esponenti di forze politiche che si candidano a guidare il Paese nei prossimi anni – prima di puntare il dito contro le donne avessero predisposto iniziative e interventi sia in termini di educazione e sensibilizzazione dei cittadini sia in termini di attivazione di iniziative a favore di una  genitorialità consapevole, il nostro Paese avrebbe potuto disporre di servizi che non lasciano sole le donne ed in grado di sostenere concretamente le scelte personali e familiari, espressioni di una società più giusta.

Se quanti, in questi anni, avessero per un momento smesso solo di parlare e discutere e avessero realmente messo mano alla creazione di quei servizi e di quelle strutture oggi il Paese disporrebbe di un welfare più moderno ed al passo con le esigenze dei tempi.

E, invece, a quarant’anni dalla promulgazione di quella legge siamo costretti ad un balzo indietro con il riecheggiare dei dibattiti – superati dalla storia - del 1978.

Mentre le donne sono sempre sole. Forse, per questi aspetti, sempre più sole.

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